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Porpora – Il colore dell’intesa

Porpora è il cortometraggio di Davide Mastrangelo, regista di Forlì e direttore del locale festival sperimentale “Ibrida”.

Dieci minuti per raccontare la relazione tra due ragazzi che trascorrono segretamente insieme i loro pomeriggi, si addentrano nei viottoli della cittadina o si rifugiano sul tetto di una fabbrica abbandonata per ritagliarsi un momento per loro, lontani da occhi indiscreti. Il titolo “porpora” è una suggestione, è il colore della crescita, del cambiamento e delle emozioni che vengono rappresentate in un momento particolare della relazione: l’incontro. Mastrangelo ha un intento specifico, non vuole raccontare nei dettagli la storia dei due ragazzi, ci mostra infatti il momento dell’intesa, omettendo anche ipotetiche scene di baci per fornire allo spettatore una libera interpretazione; il regista afferma infatti che: “è quello che non c’è quello che ti dà di più”.

Davide Mastrangelo, nel ruolo di direttore di un festival sperimentale, definisce invece il suo corto “narrativo”, nonostante nelle riprese si trovi una scena registrata con il cellullare che dà quel tocco grezzo e, come ci aspettiamo da questo festival, undergound.

Veronic Vair

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Turin Underground Cinefest – Primo Round

Terminato il Torino Underground Cinefest è tempo di tirare le somme di quello che abbiamo visto. Ed ecco qui i primi tre film recensiti: The Disacrated, Il confine occidentale, Behind the blue door.

The Disacrated

Realizzato da John Gray nel 2018, con 35.000 euro di budget, questo corto dura circa 8 minuti che tengono, dal primo all’ultimo, col fiato sospeso. Una giovane inserviente a lavoro in un obitorio sente strani rumori provenire da un tombino al centro della sala. La macchina da presa si muove in modo lento e indagatore in questo ambiente freddo e asettico – svelando e celando piccoli particolari non poco inquietanti… Non ci sono dialoghi ma bastano le espressioni della protagonista (e non solo) a mettere una certa ansia.

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Il confine occidentale

Tante storie di migrazione e di libertà, che si snodano attraverso piccoli aneddoti e racconti di vita. Al centro la necessità di cercare qualcosa di migliore, di diverso, per sperare nel futuro e acquistare una propria dignità, prendendo strade difficili e impervie. Questo cortometraggio documentario di circa 20 minuti è di Luigi D’Alife, già conosciuto grazie al suo primo film “Binxet – Sotto il confine”.

Questa volta il confine è rappresentato dalle Alpi, attraversate da centinaia di anni da persone di sesso, età ed etnie differenti per le strade tortuose e innevate della Val di Susa. Se nell’ultimo secolo la migrazione ha interessato soprattutto gli italiani che hanno travalicato le montagne per cercare lavoro in Francia, da poco tempo a questa parte la rotta è utilizzata anche dai migranti africani. Commuovono le voci di questa gente, piena di gratitudine per chi l’ha accolta lungo il tragitto e ha offerto un pasto caldo e un letto per riposare.                                                                                                           ll.jpg

 

Behind the blue wall

Quest’opera polacca del regista Mariusz Palej, adattamento di un romanzo di Mariusz Szczygielski, non è altro che un lungo viaggio attraverso la fantasia, e comprende un cast importante di attori molto conosciuti in Polonia, come Ewa Blaszczyk e Michal Zebrowski. Realizzato nel 2016 viene prodotto da TFP insieme al Polish Film Institute ma si avvale anche del sostegno di coproduzioni come TV Polsat, Heliograf, FremantleMedia Polska, Alien FX, AB Film Production e Dreamsound.

Un film rivolto prevalentemente a un pubblico molto giovane che gioca sulle tematiche dell’amicizia, del mistero e del legame profondo tra madre e figlio, avvalendosi di effetti speciali  ben realizzati e di una fotografia molto curata. “Behind the blue door” è stato un vero e proprio successo in Polonia, dove raramente ci si imbatte in un’opera per ragazzi di questa portata, e ha già vinto numerosi premi, come quello della giuria al 34esimo ‘ALE KINO! International Young Audience Film Festival’.

Lukas, ragazzo allegro e spensierato, si prepara per le vacanze estive quando all’improvviso un evento brutale costringe sua madre al ricovero in ospedale. L’avventura per il protagonista comincerà proprio in quel momento, quando una sua misteriosa zia decide di prendersi cura di lui portandolo nella residenza di High Cliff: cosa si cela dietro questa figura misteriosa? E quali mondi magici si nascondono dietro alla porta blu?

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Elisa Scardinale 

 

 

 

 

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π – Il teorema del delirio: ossessioni e follia in bianco e nero

“Ore 12 e 45, enuncio di nuovo le mie teorie. Primo: la natura parla attraverso la matematica. Secondo: tutto ciò che ci circonda si può rappresentare e comprendere attraverso i numeri. Terzo: tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema.”

Mancano pochi giorni al Torino Underground Cinefest, che avrà inizio domenica 24 marzo: questa settimana vorrei parlare di un altro film indipendente che ha in qualche modo innovato il cinema: “π – Il teorema del delirio”. Ad averlo realizzato, nel 1998, è Darren Aronofsky, uno dei registi più discussi della scena contemporanea e capace di coniugare senza troppa difficoltà interessi commerciali e stile personale nei suoi lavori. Artista versatile e figlio della rivoluzione digitale e della cultura di massa, Aronofsky inizia la sua carriera come filmmaker che scrive i suoi film e li auto-produce, confrontandosi con budget via via sempre più alti. Il suo spirito innovatore riesce in breve tempo a renderlo capace di sfruttare al meglio la tecnologia del digitale che, dalla metà degli anni Novanta, è sempre più pervasiva e rinnova completamente il concetto di cinema.

In “π – Il teorema del delirio” il protagonista è Maximillian Cohen, interpretato da Sean Gullette – ex compagno di camera del regista ai tempi degli studi ad Harvard. Max è un individuo solitario ma geniale, ossessionato dalla matematica e dal modo in cui questa è rintracciabile nella natura delle cose. Dopo aver fissato il sole per troppo tempo all’età di sei anni, Max comincia a soffrire di emicranie che lo accompagneranno per il resto della sua vita, costringendolo a prendere medicinali e a rimanere isolato nella sua stanza. Convinto fortemente che esistano degli schemi nella natura che è possibile trovare attraverso dei calcoli, Max è sempre più succube delle sue stesse paranoie: vuole cercare lo schema che permette di indovinare le quotazioni della borsa e comincia a studiare la Torah, convinto che riuscirà a scoprire il vero nome di Dio attraverso il collegamento tra lettere e cifre.

Razionalità e irrazionalità si fondono così in questo film che riesce a prendere lo spettatore e coinvolgerlo in modo viscerale. Regia, soggetto e sceneggiatura sono opera di Aronofsky stesso, che a proposito dichiarò in un’intervista:

“Quando scrivo delle sceneggiature originali mi sembra di intessere degli arazzi: è il mestiere che più gli assomiglia se ci penso. Cerco di intrecciare fili che provengono da matasse distinte, come la Cabala e le cospirazioni, la paranoia, la fantascienza e qualche elemento di “Ai confini della realtà”, tutti con origine diversa. Dal punto di vista stilistico il film sembra ispirato a “Tetsuo” di Shinya Tsukamoto, capostipite del genere cyber-punk, e ai fumetti di Frank Miller.”

Vincitore di molti premi, tra cui uno per la miglior regia al ‘Sundance Film Festival’ e uno per la miglior sceneggiatura d’esordio – l’ ‘Indipendent Spirit Award’ – il film si rivela un successo e, realizzato con un budget di 60.000 dollari, riesce a guadagnarne oltre tre milioni. Girato in bianco e nero e con una pellicola di grana spessa, le immagini sono sporche, rumorose, ricche di contrasti che sembrano richiamare il cinema espressionista tedesco degli anni Venti. La SnorriCam segue il protagonista nei suoi deliri di follia, senza soffermarsi troppo sui particolari che lo circondano. Notevole anche la colonna sonora, curata da Clint Masell – che lavorerà con Aronofsky anche nelle più famose opere successive, come “Requiem for a dream”. La voce di Max è spesso fuori campo, sembra riferirsi unicamente ai suoi pensieri presenti e alle sue sensazioni: i dialoghi veri e propri sono pochi e sporadici mentre i rumori sono disturbi, dovuti ai dolori lancinanti alla testa, che si concludono in dissolvenze in bianco.

Film originale nel proprio modo di rappresentare deliri e allucinazioni di una mente malata in modo nuovo e interessante. Mette in scena quelli che saranno alcuni degli elementi fondamentali del cinema del regista e riscontrabili anche nei suoi lavori successivi: ossessioni, sensazioni viscerali, follia, disagio personale e sociale.

Elisa Scardinale

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Stanley’s Mouth: l’intermittenza dell’anima

Per la rubrica del mese sul cinema sperimentale e underground – mancano meno di dieci giorni al Torino Underground Cinefest – il secondo film di cui vorrei parlare è l’australiano “Stanley’s Mouth”: molto recente, anno 2015, e veramente particolare, nonostante sia poco conosciuto, è sicuramente da vedere se siete amanti di quei film che amano “osare”, cercando di sfruttare il proprio linguaggio per esprimere concetti difficili. Con un budget molto ridotto, praticamente inesistente, nel 2016 “Stanley’s Mouth” ha vinto il premio ‘Best Form and Editing‘ al North Portland Unknown Film Festival.

Diretto da Mike Retter e scritto assieme ad Allison Chhorn, “Stanley’s Mouth” è un lungometraggio di un’ora, affascinante e impegnativo, sia per i quesiti che si pone, sia per la modalità di visione stessa del film. Quest’ultima è resa complicata dall’inusuale formato 9:16, scelto dal regista per rappresentare in modo creativo le insicurezze e le riflessioni del protagonista, Stanley, interpretato dall’omonimo attore Stanley Browning.

La narrazione è frammentata sin dall’inizio. Possiamo sentire la voce di un bambino – il piccolo Stanley – che parla con il padre, intento a raccontargli una storia. Si affaccia quindi da subito una dimensione di assenza, di perdita e di nostalgia per l’infanziaLo spettatore scopre lentamente, tramite frammenti di voci quasi sempre fuori campo, qualcosa della vita del protagonista, anche se la personalità di Stanley non sarà mai – volutamente – esplorata fino in fondo. Si potrebbe dire che è composta di luci e di ombre e che è dunque impossibile conoscere la totalità della sua persona. Stanley è raramente ripreso per intero, anche perché le dimensioni stesse del quadro non lo permettono. Così la macchina da presa si sofferma lungamente su particolari del suo corpo, sulla sua bocca, sulle sue orecchie, sugli occhi di un azzurro splendente. La sensazione claustrofobica delle riprese è unita a slow-motion e a immagini fuori fuoco. Anche i suoni sono sfasati: il rumore metallico dell’argenteria usata durante i pasti da Stanley e dalla sua famiglia ricorre nelle scene d’amore, con effetti di straniamento molto particolari.

Come si intuisce Stanley è diviso, frammentato come le inquadrature del film. Da un lato c’è la sua fede cristiana: è possibile vederlo intento a conversare con un prete su argomenti teologici e filosofici, sulla sostanza dello spirito e sulla divisione tra corpo e anima. Dall’altro lato Stanley è omosessuale, ma non sembra che per lui una cosa debba necessariamente escludere l’altra. La luce naturale delle scene in cui il prete conversa con Stanley contrasta con le luci al neon, lampeggianti, delle discoteche in cui il ragazzo fa incontri con altri giovani.

Importante l’elemento dell’acqua, che compare più volte nel corso del film. L’acqua, si sa, è materia fluida, rappresenta il dinamismo e la ciclicità della natura. Ma è anche un forte simbolo nella fede cristiana, che incarna la purificazione e la vita stessa, e non per niente è un elemento in cui Stanley si immerge, con tutto sé stesso, ad occhi chiusi.

Un film ricco di conflitti, originale nel modo in cui traspone su schermo, quindi visivamente, delle problematiche così interiori e intime, e così difficili da trattare in modo convenzionale senza cadere nel banale.

Elisa Scardinale

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The Blair Witch Project: l’horror in un falso documentario

In vista del Torino Underground Cinefest – che si terrà a Torino dal 24 al 28 marzo 2019 – questo mese parlerò di alcuni film che possono essere considerati di genere sperimentale/underground e che, per svariati motivi, hanno lasciato il segno nel mondo dell’arte cinematografica.
Il primo della serie è diventato un vero e proprio cult del cinema horror sperimentale degli anni Novanta: si tratta di The Blair Witch Project, un film del 1999 di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez. Il merito del suo successo proviene dall’astuta campagna di marketing, messa in piedi per costruire quell’aria di mistero e curiosità che ha reso questo mockumentary famoso ancor prima della sua uscita nelle sale e che gli ha permesso di guadagnare una grande somma al botteghino – oltre 250 milioni di incasso in tutto il mondo – nonostante lo scarso budget a disposizione degli autori.
Sappiamo sin dall’inizio del film che i ragazzi protagonisti sono scomparsi, grazie alla prima scritta che vediamo sullo schermo. I tre, studenti universitari di cinema, volevano infatti girare un documentario sulla leggendaria strega di Blair: la gente del luogo credeva che questa presenza oscura infestasse le foreste del Maryland e che avesse posseduto un serial killer molti anni prima, facendogli compiere gesti
atroci su alcuni bambini. Solo un anno dopo la sparizione dei ragazzi avviene il ritrovamento del film che gli studenti stavano realizzando.
Il pubblico di allora non aveva tutte le possibilità di oggi per verificare l’autenticità di una notizia, e una sua grossa parte pensò che la storia fosse realmente accaduta: questo
condizionamento ebbe un considerevole impatto emotivo sullo spettatore dell’epoca.
Il lungometraggio rivela il desiderio di sperimentazione dei due registi soprattutto grazie ad una messa in scena ed alle inquadrature particolari.
Il montaggio contribuisce ad accentuare il carattere di veridicità della storia, restituendo immagini traballanti, confuse e quasi fastidiose da guardare. Visivamente v’è un’alternanza di scene a colori e in bianco e nero, girate dal protagonista con una cinepresa 16 mm. In determinati momenti la frenesia delle inquadrature, caratterizzate da zoom veloci e movimenti confusi, fa sì che la tensione dello spettatore cresca man mano che il film procede.
La paura aumenta insieme a quella dei protagonisti, che cominciano a notare particolari inquietanti attorno a loro: mucchietti di pietre impilate vicino alle tende, strani legnetti
legati insieme, piccoli animali morti, inquietanti sparizioni e risate…
Vicino alla “banale” trama da film horror si affacciano molti elementi nuovi, innovativi, degni di nota. Penso sia importante quello che a un certo punto uno dei ragazzi dice alla protagonista:

Adesso capisco perché ti piace tanto questa videocamera. Non è la pura realtà. E’ una realtà completamente filtrata, bimba. Puoi far sì che le cose non appaiano come sono realmente”.

Forse possono esserci più interpretazioni per queste parole. Il ragazzo sta indirettamente dicendo allo spettatore che questo film è pura finzione, che la strega di Blair in realtà non esiste, che forse è chi guarda a farsi facilmente suggestionare dalle immagini. Potrebbe però anche essere letta come un modo dei registi di intendere e concepire il concetto stesso di cinema, uno strumento di fuga dal reale.
I tre ragazzi si perdono nel bosco esattamente come ci si perde nella finzione, senza voler distinguere la realtà della loro situazione da quella “filtrata”, che è propria del cinema.
Un film sicuramente valido e da recuperare, che tiene con il fiato sospeso fino alla fine, buono anche per uscire dai soliti clichè propri del genere horror ed evadere per un po’ dalla realtà sospesi in uno stato di ansia – proprio come i protagonisti.

Elisa Scardinale

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La Favorita: giochi di potere e femminismo

Che sia in bene o in male, è raro che Yorgos Lanthimos lasci lo spettatore indifferente davanti a una sua opera, spesso caratterizzata da elementi spiazzanti o in qualche modo psicologicamente disturbanti.
Anche con “La favorita”, che gli ha fatto guadagnare ben dieci nomination agli Oscar, Lanthimos non smette di affascinare e stupire, pur discostandosi dallo stile perturbante che lo identifica. Film in costume ma in chiave moderna, ne “La favorita” ritornano molti temi cari al regista greco, come la brama di potere, la sofferenza e la violenza psicologica, il sesso come mezzo di controllo e di dominio sugli altri.
Gli spettatori rimangono incollati allo schermo, lasciandosi trascinare in una spirale di giochi di potere accattivanti nella loro pur semplice brutalità.
Le regina Anna, interpretata da una talentuosa Olivia Colman, è senza dubbio il personaggio più interessante del film. La sua stazza, quasi monumentale, maschera a stento le regressioni infantili e l’incapacità di regnare sull’Inghilterra in una fase cruciale come quella della guerra contro la Francia, agli inizi del ‘700.
Capricciosa, volubile e duttile, si scontrerà in una spietata lotta per il potere con Sarah
Churchill (Rachel Weisz) e Abigail Masham (Emma Stone), donne affascinanti e ambiziose.
Questo costante tentativo di accattivarsi le simpatie dell’eccentrica sovrana è il motore del film. Mentre Sarah è impegnata a risolvere personalmente le vicende belliche a cui la regina non è interessata, Abigail si insinua a corte per riappropriarsi del suo titolo nobiliare. Sin dalle prime inquadrature è chiaro quello che la donna dovrà fare per entrare nelle grazie di Anna: gettarsi nel letame, perdere una parte della propria umanità, indossare la maschera del “mostro”.
D’altronde è il prezzo da pagare per raggiungere il proprio obiettivo.
Nelle questioni sentimentali così come in quelle politiche prevalgono le donne, lasciando gli uomini sullo sfondo: pur avendo dei ruoli politicamente rilevanti questi sono tratteggiati come effemminati e assolutamente poco influenti sul corso della storia.
Una colonna sonora fortemente ritmata, quasi ipnotica, scandisce con precisione le inquadrature suggestive di una macchina da presa che segue i personaggi da insolite angolazioni, con panoramiche orizzontali e lenti zoom. Insieme ai giochi cromatici e al controluce, le riprese dal basso e grandangolari sono una costante del film, richiamando “Quarto Potere” di Orson Welles. La sceneggiatura, firmata Deborah Devis e Tony McNamara, è un costituita da un tagliente e vivace scambio di battute, contribuendo a dare ritmo alle vicende. Costumi curati e ambientazione barocca rendono quest’opera un
piccolo gioiello.
Il film è sicuramente ben realizzato, anche se si perde un po’ verso la fine – forse volontariamente – quando i giochi di potere si esauriscono lasciando spazio al vuoto. Le tre donne, ognuna a modo proprio, acquistano consapevolezza dei propri errori e, disilluse, lasciano che lo sguardo si sposti fuoricampo, in rimando a qualcosa che nessuno può vedere, mentre incombe la ripetitività.
Emblematica la figura dei conigli, da sempre simboli di sessualità ardente e fertilità: la regina Anna dirà che i conigli sono surrogati dei suoi figli, morti prima di nascere o subito dopo. L’ultima inquadratura è una lenta e ritmata sovrimpressione dei volti di Anna, di Abigail e dei conigli che lentamente e inesorabilmente invadono la scena con la loro presenza divoratrice, riempiendo – letteralmente e figurativamente – un vuoto d’amore incolmabile.

Elisa Scardinale

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“Marche Ou Crève”: la disabilità senza filtri e pudori

Presentato al 36esimo Torino Film Festival, “Marche Ou Crève” è il lungometraggio con cui esordisce la regista Tatiana Margaux Bonhomme: un film sulle difficoltà dell’amore in una situazione famigliare davvero difficile. Elisa (Diane Rouxel) è la sorella di una ragazza con una grave disabilità, Manon, interpretata magistralmente da Jeanne Cohendy, bisognosa di cure assidue e continue attenzioni. Le due vivono sole con il padre, un uomo con seri problemi lavorativi, mentre la madre, sfinita dalla situazione, ha deciso già da tempo di andarsene lasciando la famiglia sola a gestire la quotidianità con Manon. Elisa cerca in tutti i modi di essere paziente e rinuncia con rassegnazione alle avventure e alle uscite con i suoi coetanei, fin quando un giorno non crolla. La decisione da prendere è molto dura: affidare Manon a una clinica specializzata o continuare a tenerla con sé a casa, nonostante in alcuni momenti la ragazza diventi completamente ingestibile.

Credo che il vero punto di forza di “Marche Ou Crève” sia la totale assenza di buonismo e di frasi fatte per arrivare con le sole immagini al cuore di chi guarda. La disabilità è mostrata senza moralismi, pudori, anche nei momenti più intimi. Le riprese offrono uno sguardo distaccato, privo di pietismi, ma partecipativo. Ogni istante della giornata di Elisa è scandito dalle abitudini della sorella, e persino un semplice pranzo o una gita al mare possono tramutarsi in un attimo da piacevoli scampagnate a situazioni drammatiche. Inutile cercare la comprensione dei coetanei e della madre, che pensano non sia compito di Elisa occuparsi di Manon. Ma difficile anche vivere una vita normale e spensierata con una responsabilità così grande sulle spalle. La scalata delle montagne, che Elisa ama affrontare insieme al padre, è l’efficace metafora degli ostacoli che incontra tutti i giorni accanto alla sorella. Diventa problematico pensare al domani quando anche il presente sembra insormontabile. Pochi i momenti di distensione: portare Manon a sentire la banda, fare una gita in macchina e addormentarla con la musica, accarezzarla sommessamente prima di dormire. Istanti preziosi che sembrano ripagare la ragazza di tutte le sue fatiche. Un tema difficile per un film, ma trattato in modo diretto e autentico.

Elisa Scardinale

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Temporada

Temporada è il film di André Novais Oliveira che prende posto nella sezione
ufficiale del 36esimo Torino Film Festival. La storia si sviluppa nella periferia
brasiliana, a Contagem, dove si è da poco trasferita Juliana. La donna affronta un
periodo di adattamento, ha trovato un modesto lavoro nella sanità pubblica,
conosce nuove persone, cambia abitudini e poco alla volta si ritaglia il suo spazio
in questa nuova realtà, nonostante diversi dispiaceri del passato si ostinino a
tornare a galla.

L’intento di Novais Oliveira è quello di mostrarci la periferia brasiliana per
quello che è realmente, in un modo più sincero e umano, raccontando la
comunità nera con un’attenzione particolare, dal momento che molti film
mostrano i personaggi di colore in maniera stereotipata. La pellicola si concentra
infatti su una figura minore, quella di Juliana, una giovane donna inizialmente
smarrita che a testa alta riprende in mano la sua esistenza.

Il film deve sicuramente il suo realismo alle riprese: ci si addentra
sapientemente nell’agglomerato urbano, dove le stradine in salita sono
attorniate da abitazioni umili, scandite dai vecchi pali della luce e colorate dal
sole pomeridiano; su questo sfondo, i personaggi sono sempre intenti a svolgere
azioni quotidiane. Anche i corpi hanno un ruolo importante, dal momento che ci
vengono mostrati in tutte le loro imperfezioni, come se il regista si fosse limitato
a fotografare un momento, senza aggiungere filtri.
Temporada significa “stagione”, un’espressione temporale che in questo
contesto diventa un luogo fisico, di passaggio, in cui la protagonista lascia alle
spalle la propria città di origine per cercare il suo posto nel mondo.

Veronica Vair

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La disparition des lucioles

Sébastien Pilote voleva realizzare un film leggero e pieno di vita, che ricordasse quasi una “canzone pop”, e ci è riuscito.

Dalla sezione ufficiale del 36esimo Torino Film Festival, “La Disparition Des Lucioles” è proprio così. É la storia di un’adolescente come tante altre: sempre annoiata, sempre arrabbiata, con tanta voglia di evadere. Il pittoresco ambiente che abita certo non la aiuta: è una piccolissima cittadina di mare del Quebec, quasi deserta, immersa in un’afosa e noiosa estate. Léonie, detta Leo, (interpretata da Karelle Tremblay) è insofferente nei confronti di tutti quelli che la circondano, e nutre un odio particolare verso il patrigno, speaker radiofonico da quattro soldi. 

Poche le vie di fuga dalla sua monotona esistenza: un autobus che prende all’ultimo momento per essere portata altrove e Steeve, un musicista timido più grande di lei, che vive rinchiuso nello scantinato della casa di sua madre. Davanti a Léo, il futuro: incerto, ancora lontano, ma già troppo caricato di aspettative. “Perché tutti si preoccupano continuamente del futuro?” la sentiremo chiedere a Steeve, “Il futuro durerà a lungo, e io non ho alcuna fretta”.

Non è facile empatizzare con la protagonista, spesso maleducata e impertinente, anche con chi effettivamente non lo meriterebbe, lontana persino dallo spettatore nella sua costante estraniazione dal mondo. Ma probabilmente la cosa è voluta, perché anche nella vita non è sempre facile capire il carattere e le motivazioni di chi ci circonda. Léo risulta essere quindi un personaggio vero, autentico, a differenza dei soggetti di contorno, forse un po’ stereotipati (il chitarrista senza talento e ambizioni, la madre quasi dispotica e il suo nuovo compagno antipatico, l’ex marito vittima del divorzio…).

Niente di nuovo quindi, ma d’altra parte l’obiettivo del regista era proprio questo, raccontare senza tanti fronzoli l’adolescenza, la musica, l’amore. Nasce così un film leggero e senza troppe pretese, ma gradevole da guardare.

Elisa Scardinale

 

 

 

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Angelo, siamo quello che gli altri definiscono – Torino Film Festival 2018


Nella selezione ufficiale del 36esimo Torino Film Festival compare un film intenso ma delicato, Angelo, del regista Markus Schleinzer.

Ispirandosi alla storia reale della vita di Angelo Soliman, uomo di colore diventato valletto della corte illuminista viennese del Settecento, Schleinzer offre in cinque capitoli una panoramica della vita di questa controversa figura, soffermandosi sui momenti più dolorosi e segnanti.

Angelo viene comprato da bambino da una donna nobile europea, interpretata da Alba Rohrwacher, che cercherà di educarlo e renderlo “più umano, meno simile ad un animale”, istruendolo a suonare il flauto, a obbedire agli ordini, a vestirsi in modo elegante e imparare le buone maniere. Quando Angelo, che ha il volto di cinque attori diversi nelle varie fasi del film, diventa grande e cambia proprietario, si trova a recitare la parte del selvaggio davanti all’alta società e attira così l’attenzione dell’imperatore d’Austria che decide di elevarlo a “mascotte” dell’intera corte di Vienna.

Nonostante le buone intenzioni di tutti, Angelo non è mai visto come individuo ma sempre come oggetto. Rappresentante dell’esotico e degli stereotipi sugli africani degli illuministi del Settecento, non troverà mai la felicità, relegato al ruolo di feticcio, piacevole da guardare ma a costo che non si metta mai al livello degli altri: per questo, gli sarà addirittura negato l’amore. “Noi siamo quello che gli altri definiscono”, è una delle frasi emblematiche del film. I dialoghi sono profondi, scavalcano il significato immediato delle parole. Angelo è definito solo in questo modo, mai una Persona, solo un Simbolo, qualcuno che vale perché questo è stato deciso da qualcun’altro, non certo per i suoi meriti artistici o la sua personalità.

Il ritmo della storia è lento, ma ha il merito di focalizzare l’attenzione su diversi aspetti, in particolare sul “non detto”, sulle espressioni di gioia e di dolore del protagonista, sui suoi reali sentimenti sotto le “maschere sociali” che gli sono date dalla nascita. Le inquadrature sono spesso fisse e lunghe, verticali, piacevoli da guardare grazie a una fotografia curata e dei costumi impeccabili. E’ un film sulla diversità, sul razzismo, per questo anche molto attuale: nonostante, ripetutamente, viene ricordato ad Angelo quanto sia fortunato ad avere ricevuto studi di educazione e cultura, diversamente dai suoi simili in Africa, lui non si sentirà mai uguale alle persone che lo circondano, e la sua alterità sarà rimarcata in continuazione, in modo più o meno esplicito, durante tutto il corso della sua vita. “Sono un figlio dell’Africa, ma sono un uomo d’Europa”, sarà l’affermazione di Angelo riguardo le problematiche legate alla sua doppia identità. Il problema è che il colore della sua pelle sarà sempre preponderante su qualsiasi azione.

Un film profondo, che colpisce grazie alle parole e all’intensità delle espressioni, capace di suscitare empatia e perfino qualche lacrima di commozione.

Elisa Scardinale

 

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Nervous Translation, crescere non è un’opzione – Torino Film Festival 2018

Ci sono momenti di vita che non devono essere necessariamente felici e spensierati come noi del primo mondo riusciamo ad immaginarlo. Questo è (anche) il messaggio di Nervous Translation, lungometraggio di Shireen Seno, regista filippina che ci racconta una storia tanto triste quanto realistica, con un tuffo nel passato ma che purtroppo non convince.

La protagonista della pellicola è Yael, una bambina di circa 8 anni, costretta a vivere nelle Filippine da sola. Il padre lavora in Arabia Saudita (e non comparirà mai nel corso del film), mentre la madre invece lavora dalle prime luci dell’alba fino alla sera. Yael si costruisce una vita, cucinando con il suo fornellino giocattolo i suoi pranzi, studiando e passando in rassegna i nastri che il padre spedisce alla madre e lei ascolta abusivamente. Sullo schermo passano le immagini delle Filippine del 1988, uno Stato a rischio scossoni non solo naturali come un tifone ma soprattutto politici e sociali. Il quadro complessivo è una storia amara, che ci fa intendere come la crescita di una bambina in un contesto storico e famigliare non può essere un’opzione, ma deve essere accelerata. E qui, purtroppo, finiscono anche i meriti del film.

L’opera di Shireen Seno, infatti, è decisamente contraddittoria: da una parte c’è la volontà di raccontare una storia, dall’altra però sembra quasi che manchino i mezzi. Il film infatti non è altro che un ricco collage di scene di quotidianità che sembrano ad un certo punto slegarsi dalla strada principale e non ricollegandosi mai. Per tutta la sua durata, Seno fa un sapiente utilizzo della cinepresa andandoci a mostrare dettagli di un certo stupore ma mai rilevanti per la trama o per raccontare la vicenda. E molto spesso si perde, in inquadrature che non ci mostrano quasi mai il volto dei personaggi che circondano Yael, non facendo intendere il perché di certe situazioni e dilungandosi troppo in momenti irrilevanti, facendo durate anche 40 secondi una semplice inquadratura della protagonista che si reca a scuola, senza dialoghi, senza aggiungere nulla alla vicenda.

Nervous Translation è un’opera che tecnicamente è ineccepibile, ma sul versante narrativo perde davvero tantissimo. Un vero peccato, perché Yael e la sua vicenda, la sua infanzia che non è davvero infanzia avrebbero meritato un po’ di chiarezza in più, soprattutto se si presenta una pellicola del genere ad un festival aperto a tutti. Speriamo davvero di rivedere la regista alla prova con una nuova storia, magari facendo tesoro di questi piccoli (ma decisamente influenti) errori.

Alessandro Adinolfi

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Atlas, tra criminalità e passati ingombranti – Torino Film Festival 2018

L’esordio al lungometraggio di David Nawrath è un esordio triste, amaro, intriso di paura ma anche di amore e di sentimenti. Il regista (di origine iraniana e tedesca) firma infatti Atlas (The Mover), una pellicola che racconta una storia decisamente credibile e ricca di colpi di scena, in grado di far emozionare lo spettatore.

Atlas è la storia di Walter, un uomo di mezza età che nella sua vita ha sempre vissuto sul bordo tra legalità e illegalità. Dal fisico un po’ acciaccato, costretto anche a prendere delle pillole per il mal di schiena, lavora per una società che si occupa di sfrattare le persone che hanno perso la casa. Lo vediamo, nel film, intento a spostare mobili pesantissimi. Schivo, silenzioso e introverso, Walter non si lascia mai andare a confidenze con i colleghi e non parla mai della sua vita privata. Nasconde però un segreto: un figlio perduto, oramai da diversi anni, divenuto praticamente un ricordo che lo tormenta nelle sue lunghe giornate di lavoro. Nel mezzo lo spettro di una criminalità con radici arabe, un boss corrotto (Roland Grone, il suo datore di lavoro) e il passato di Walter, che pensava essere sparito del tutto ma che torna, più ingombrante che mai e che rischia di metterlo in pericolo.

Nawrath ha confezionato un’opera in grado di emozionare lo spettatore, presentandoci e facendoci vivere situazioni decisamente al limite. Del gruppo di traslocatori (mover, appunto), entriamo in contatto solo con un paio di essi ma bastano per muovere una storia amara, che diventerà poi vendetta e successivamente d’amore. Walter è un personaggio non solo scritto benissimo, ma che è in grado di farci tornare in mente quelle figure dei padri solitari, magari divorziati e diventati un po’ orsi, nel vero senso della parola.

Atlas non inventa nulla, né ridefinisce il genere dei film drammatici. Atlas racconta una storia, decisamente verosimile, che miscela sapientemente violenza carnale a sentimenti veri, colpi di scena e sentimentalismo, senza mai cadere nel banale e in cliché che lo avrebbero snaturato. David Nawrath confeziona 100 minuti in grado di tenerci attaccati allo schermo e lo fa sapientemente, senza lasciare nulla al caso. Ancora una volta, l’industria cinematografica tedesca ci consegna un film davvero godibile, davvero per tutti, senza la minima sbavatura.

Alessandro Adinolfi