π – Il teorema del delirio: ossessioni e follia in bianco e nero

“Ore 12 e 45, enuncio di nuovo le mie teorie. Primo: la natura parla attraverso la matematica. Secondo: tutto ciò che ci circonda si può rappresentare e comprendere attraverso i numeri. Terzo: tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema.”

Mancano pochi giorni al Torino Underground Cinefest, che avrà inizio domenica 24 marzo: questa settimana vorrei parlare di un altro film indipendente che ha in qualche modo innovato il cinema: “π – Il teorema del delirio”. Ad averlo realizzato, nel 1998, è Darren Aronofsky, uno dei registi più discussi della scena contemporanea e capace di coniugare senza troppa difficoltà interessi commerciali e stile personale nei suoi lavori. Artista versatile e figlio della rivoluzione digitale e della cultura di massa, Aronofsky inizia la sua carriera come filmmaker che scrive i suoi film e li auto-produce, confrontandosi con budget via via sempre più alti. Il suo spirito innovatore riesce in breve tempo a renderlo capace di sfruttare al meglio la tecnologia del digitale che, dalla metà degli anni Novanta, è sempre più pervasiva e rinnova completamente il concetto di cinema.

In “π – Il teorema del delirio” il protagonista è Maximillian Cohen, interpretato da Sean Gullette – ex compagno di camera del regista ai tempi degli studi ad Harvard. Max è un individuo solitario ma geniale, ossessionato dalla matematica e dal modo in cui questa è rintracciabile nella natura delle cose. Dopo aver fissato il sole per troppo tempo all’età di sei anni, Max comincia a soffrire di emicranie che lo accompagneranno per il resto della sua vita, costringendolo a prendere medicinali e a rimanere isolato nella sua stanza. Convinto fortemente che esistano degli schemi nella natura che è possibile trovare attraverso dei calcoli, Max è sempre più succube delle sue stesse paranoie: vuole cercare lo schema che permette di indovinare le quotazioni della borsa e comincia a studiare la Torah, convinto che riuscirà a scoprire il vero nome di Dio attraverso il collegamento tra lettere e cifre.

Razionalità e irrazionalità si fondono così in questo film che riesce a prendere lo spettatore e coinvolgerlo in modo viscerale. Regia, soggetto e sceneggiatura sono opera di Aronofsky stesso, che a proposito dichiarò in un’intervista:

“Quando scrivo delle sceneggiature originali mi sembra di intessere degli arazzi: è il mestiere che più gli assomiglia se ci penso. Cerco di intrecciare fili che provengono da matasse distinte, come la Cabala e le cospirazioni, la paranoia, la fantascienza e qualche elemento di “Ai confini della realtà”, tutti con origine diversa. Dal punto di vista stilistico il film sembra ispirato a “Tetsuo” di Shinya Tsukamoto, capostipite del genere cyber-punk, e ai fumetti di Frank Miller.”

Vincitore di molti premi, tra cui uno per la miglior regia al ‘Sundance Film Festival’ e uno per la miglior sceneggiatura d’esordio – l’ ‘Indipendent Spirit Award’ – il film si rivela un successo e, realizzato con un budget di 60.000 dollari, riesce a guadagnarne oltre tre milioni. Girato in bianco e nero e con una pellicola di grana spessa, le immagini sono sporche, rumorose, ricche di contrasti che sembrano richiamare il cinema espressionista tedesco degli anni Venti. La SnorriCam segue il protagonista nei suoi deliri di follia, senza soffermarsi troppo sui particolari che lo circondano. Notevole anche la colonna sonora, curata da Clint Masell – che lavorerà con Aronofsky anche nelle più famose opere successive, come “Requiem for a dream”. La voce di Max è spesso fuori campo, sembra riferirsi unicamente ai suoi pensieri presenti e alle sue sensazioni: i dialoghi veri e propri sono pochi e sporadici mentre i rumori sono disturbi, dovuti ai dolori lancinanti alla testa, che si concludono in dissolvenze in bianco.

Film originale nel proprio modo di rappresentare deliri e allucinazioni di una mente malata in modo nuovo e interessante. Mette in scena quelli che saranno alcuni degli elementi fondamentali del cinema del regista e riscontrabili anche nei suoi lavori successivi: ossessioni, sensazioni viscerali, follia, disagio personale e sociale.

Elisa Scardinale