Stanley’s Mouth: l’intermittenza dell’anima

Per la rubrica del mese sul cinema sperimentale e underground – mancano meno di dieci giorni al Torino Underground Cinefest – il secondo film di cui vorrei parlare è l’australiano “Stanley’s Mouth”: molto recente, anno 2015, e veramente particolare, nonostante sia poco conosciuto, è sicuramente da vedere se siete amanti di quei film che amano “osare”, cercando di sfruttare il proprio linguaggio per esprimere concetti difficili. Con un budget molto ridotto, praticamente inesistente, nel 2016 “Stanley’s Mouth” ha vinto il premio ‘Best Form and Editing‘ al North Portland Unknown Film Festival.

Diretto da Mike Retter e scritto assieme ad Allison Chhorn, “Stanley’s Mouth” è un lungometraggio di un’ora, affascinante e impegnativo, sia per i quesiti che si pone, sia per la modalità di visione stessa del film. Quest’ultima è resa complicata dall’inusuale formato 9:16, scelto dal regista per rappresentare in modo creativo le insicurezze e le riflessioni del protagonista, Stanley, interpretato dall’omonimo attore Stanley Browning.

La narrazione è frammentata sin dall’inizio. Possiamo sentire la voce di un bambino – il piccolo Stanley – che parla con il padre, intento a raccontargli una storia. Si affaccia quindi da subito una dimensione di assenza, di perdita e di nostalgia per l’infanziaLo spettatore scopre lentamente, tramite frammenti di voci quasi sempre fuori campo, qualcosa della vita del protagonista, anche se la personalità di Stanley non sarà mai – volutamente – esplorata fino in fondo. Si potrebbe dire che è composta di luci e di ombre e che è dunque impossibile conoscere la totalità della sua persona. Stanley è raramente ripreso per intero, anche perché le dimensioni stesse del quadro non lo permettono. Così la macchina da presa si sofferma lungamente su particolari del suo corpo, sulla sua bocca, sulle sue orecchie, sugli occhi di un azzurro splendente. La sensazione claustrofobica delle riprese è unita a slow-motion e a immagini fuori fuoco. Anche i suoni sono sfasati: il rumore metallico dell’argenteria usata durante i pasti da Stanley e dalla sua famiglia ricorre nelle scene d’amore, con effetti di straniamento molto particolari.

Come si intuisce Stanley è diviso, frammentato come le inquadrature del film. Da un lato c’è la sua fede cristiana: è possibile vederlo intento a conversare con un prete su argomenti teologici e filosofici, sulla sostanza dello spirito e sulla divisione tra corpo e anima. Dall’altro lato Stanley è omosessuale, ma non sembra che per lui una cosa debba necessariamente escludere l’altra. La luce naturale delle scene in cui il prete conversa con Stanley contrasta con le luci al neon, lampeggianti, delle discoteche in cui il ragazzo fa incontri con altri giovani.

Importante l’elemento dell’acqua, che compare più volte nel corso del film. L’acqua, si sa, è materia fluida, rappresenta il dinamismo e la ciclicità della natura. Ma è anche un forte simbolo nella fede cristiana, che incarna la purificazione e la vita stessa, e non per niente è un elemento in cui Stanley si immerge, con tutto sé stesso, ad occhi chiusi.

Un film ricco di conflitti, originale nel modo in cui traspone su schermo, quindi visivamente, delle problematiche così interiori e intime, e così difficili da trattare in modo convenzionale senza cadere nel banale.

Elisa Scardinale