The Blair Witch Project: l’horror in un falso documentario

In vista del Torino Underground Cinefest – che si terrà a Torino dal 24 al 28 marzo 2019 – questo mese parlerò di alcuni film che possono essere considerati di genere sperimentale/underground e che, per svariati motivi, hanno lasciato il segno nel mondo dell’arte cinematografica.
Il primo della serie è diventato un vero e proprio cult del cinema horror sperimentale degli anni Novanta: si tratta di The Blair Witch Project, un film del 1999 di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez. Il merito del suo successo proviene dall’astuta campagna di marketing, messa in piedi per costruire quell’aria di mistero e curiosità che ha reso questo mockumentary famoso ancor prima della sua uscita nelle sale e che gli ha permesso di guadagnare una grande somma al botteghino – oltre 250 milioni di incasso in tutto il mondo – nonostante lo scarso budget a disposizione degli autori.
Sappiamo sin dall’inizio del film che i ragazzi protagonisti sono scomparsi, grazie alla prima scritta che vediamo sullo schermo. I tre, studenti universitari di cinema, volevano infatti girare un documentario sulla leggendaria strega di Blair: la gente del luogo credeva che questa presenza oscura infestasse le foreste del Maryland e che avesse posseduto un serial killer molti anni prima, facendogli compiere gesti
atroci su alcuni bambini. Solo un anno dopo la sparizione dei ragazzi avviene il ritrovamento del film che gli studenti stavano realizzando.
Il pubblico di allora non aveva tutte le possibilità di oggi per verificare l’autenticità di una notizia, e una sua grossa parte pensò che la storia fosse realmente accaduta: questo
condizionamento ebbe un considerevole impatto emotivo sullo spettatore dell’epoca.
Il lungometraggio rivela il desiderio di sperimentazione dei due registi soprattutto grazie ad una messa in scena ed alle inquadrature particolari.
Il montaggio contribuisce ad accentuare il carattere di veridicità della storia, restituendo immagini traballanti, confuse e quasi fastidiose da guardare. Visivamente v’è un’alternanza di scene a colori e in bianco e nero, girate dal protagonista con una cinepresa 16 mm. In determinati momenti la frenesia delle inquadrature, caratterizzate da zoom veloci e movimenti confusi, fa sì che la tensione dello spettatore cresca man mano che il film procede.
La paura aumenta insieme a quella dei protagonisti, che cominciano a notare particolari inquietanti attorno a loro: mucchietti di pietre impilate vicino alle tende, strani legnetti
legati insieme, piccoli animali morti, inquietanti sparizioni e risate…
Vicino alla “banale” trama da film horror si affacciano molti elementi nuovi, innovativi, degni di nota. Penso sia importante quello che a un certo punto uno dei ragazzi dice alla protagonista:

Adesso capisco perché ti piace tanto questa videocamera. Non è la pura realtà. E’ una realtà completamente filtrata, bimba. Puoi far sì che le cose non appaiano come sono realmente”.

Forse possono esserci più interpretazioni per queste parole. Il ragazzo sta indirettamente dicendo allo spettatore che questo film è pura finzione, che la strega di Blair in realtà non esiste, che forse è chi guarda a farsi facilmente suggestionare dalle immagini. Potrebbe però anche essere letta come un modo dei registi di intendere e concepire il concetto stesso di cinema, uno strumento di fuga dal reale.
I tre ragazzi si perdono nel bosco esattamente come ci si perde nella finzione, senza voler distinguere la realtà della loro situazione da quella “filtrata”, che è propria del cinema.
Un film sicuramente valido e da recuperare, che tiene con il fiato sospeso fino alla fine, buono anche per uscire dai soliti clichè propri del genere horror ed evadere per un po’ dalla realtà sospesi in uno stato di ansia – proprio come i protagonisti.

Elisa Scardinale