Angelo, siamo quello che gli altri definiscono – Torino Film Festival 2018

Nella selezione ufficiale del 36esimo Torino Film Festival compare un film intenso ma delicato, Angelo, del regista Markus Schleinzer.

Ispirandosi alla storia reale della vita di Angelo Soliman, uomo di colore diventato valletto della corte illuminista viennese del Settecento, Schleinzer offre in cinque capitoli una panoramica della vita di questa controversa figura, soffermandosi sui momenti più dolorosi e segnanti.

Angelo viene comprato da bambino da una donna nobile europea, interpretata da Alba Rohrwacher, che cercherà di educarlo e renderlo “più umano, meno simile ad un animale”, istruendolo a suonare il flauto, a obbedire agli ordini, a vestirsi in modo elegante e imparare le buone maniere. Quando Angelo, che ha il volto di cinque attori diversi nelle varie fasi del film, diventa grande e cambia proprietario, si trova a recitare la parte del selvaggio davanti all’alta società e attira così l’attenzione dell’imperatore d’Austria che decide di elevarlo a “mascotte” dell’intera corte di Vienna.

Nonostante le buone intenzioni di tutti, Angelo non è mai visto come individuo ma sempre come oggetto. Rappresentante dell’esotico e degli stereotipi sugli africani degli illuministi del Settecento, non troverà mai la felicità, relegato al ruolo di feticcio, piacevole da guardare ma a costo che non si metta mai al livello degli altri: per questo, gli sarà addirittura negato l’amore. “Noi siamo quello che gli altri definiscono”, è una delle frasi emblematiche del film. I dialoghi sono profondi, scavalcano il significato immediato delle parole. Angelo è definito solo in questo modo, mai una Persona, solo un Simbolo, qualcuno che vale perché questo è stato deciso da qualcun’altro, non certo per i suoi meriti artistici o la sua personalità.

Il ritmo della storia è lento, ma ha il merito di focalizzare l’attenzione su diversi aspetti, in particolare sul “non detto”, sulle espressioni di gioia e di dolore del protagonista, sui suoi reali sentimenti sotto le “maschere sociali” che gli sono date dalla nascita. Le inquadrature sono spesso fisse e lunghe, verticali, piacevoli da guardare grazie a una fotografia curata e dei costumi impeccabili. E’ un film sulla diversità, sul razzismo, per questo anche molto attuale: nonostante, ripetutamente, viene ricordato ad Angelo quanto sia fortunato ad avere ricevuto studi di educazione e cultura, diversamente dai suoi simili in Africa, lui non si sentirà mai uguale alle persone che lo circondano, e la sua alterità sarà rimarcata in continuazione, in modo più o meno esplicito, durante tutto il corso della sua vita. “Sono un figlio dell’Africa, ma sono un uomo d’Europa”, sarà l’affermazione di Angelo riguardo le problematiche legate alla sua doppia identità. Il problema è che il colore della sua pelle sarà sempre preponderante su qualsiasi azione.

Un film profondo, che colpisce grazie alle parole e all’intensità delle espressioni, capace di suscitare empatia e perfino qualche lacrima di commozione.

Elisa Scardinale