Nervous Translation, crescere non è un’opzione – Torino Film Festival 2018

Ci sono momenti di vita che non devono essere necessariamente felici e spensierati come noi del primo mondo riusciamo ad immaginarlo. Questo è (anche) il messaggio di Nervous Translation, lungometraggio di Shireen Seno, regista filippina che ci racconta una storia tanto triste quanto realistica, con un tuffo nel passato ma che purtroppo non convince.

La protagonista della pellicola è Yael, una bambina di circa 8 anni, costretta a vivere nelle Filippine da sola. Il padre lavora in Arabia Saudita (e non comparirà mai nel corso del film), mentre la madre invece lavora dalle prime luci dell’alba fino alla sera. Yael si costruisce una vita, cucinando con il suo fornellino giocattolo i suoi pranzi, studiando e passando in rassegna i nastri che il padre spedisce alla madre e lei ascolta abusivamente. Sullo schermo passano le immagini delle Filippine del 1988, uno Stato a rischio scossoni non solo naturali come un tifone ma soprattutto politici e sociali. Il quadro complessivo è una storia amara, che ci fa intendere come la crescita di una bambina in un contesto storico e famigliare non può essere un’opzione, ma deve essere accelerata. E qui, purtroppo, finiscono anche i meriti del film.

L’opera di Shireen Seno, infatti, è decisamente contraddittoria: da una parte c’è la volontà di raccontare una storia, dall’altra però sembra quasi che manchino i mezzi. Il film infatti non è altro che un ricco collage di scene di quotidianità che sembrano ad un certo punto slegarsi dalla strada principale e non ricollegandosi mai. Per tutta la sua durata, Seno fa un sapiente utilizzo della cinepresa andandoci a mostrare dettagli di un certo stupore ma mai rilevanti per la trama o per raccontare la vicenda. E molto spesso si perde, in inquadrature che non ci mostrano quasi mai il volto dei personaggi che circondano Yael, non facendo intendere il perché di certe situazioni e dilungandosi troppo in momenti irrilevanti, facendo durate anche 40 secondi una semplice inquadratura della protagonista che si reca a scuola, senza dialoghi, senza aggiungere nulla alla vicenda.

Nervous Translation è un’opera che tecnicamente è ineccepibile, ma sul versante narrativo perde davvero tantissimo. Un vero peccato, perché Yael e la sua vicenda, la sua infanzia che non è davvero infanzia avrebbero meritato un po’ di chiarezza in più, soprattutto se si presenta una pellicola del genere ad un festival aperto a tutti. Speriamo davvero di rivedere la regista alla prova con una nuova storia, magari facendo tesoro di questi piccoli (ma decisamente influenti) errori.

Alessandro Adinolfi