Atlas, tra criminalità e passati ingombranti – Torino Film Festival 2018

L’esordio al lungometraggio di David Nawrath è un esordio triste, amaro, intriso di paura ma anche di amore e di sentimenti. Il regista (di origine iraniana e tedesca) firma infatti Atlas (The Mover), una pellicola che racconta una storia decisamente credibile e ricca di colpi di scena, in grado di far emozionare lo spettatore.

Atlas è la storia di Walter, un uomo di mezza età che nella sua vita ha sempre vissuto sul bordo tra legalità e illegalità. Dal fisico un po’ acciaccato, costretto anche a prendere delle pillole per il mal di schiena, lavora per una società che si occupa di sfrattare le persone che hanno perso la casa. Lo vediamo, nel film, intento a spostare mobili pesantissimi. Schivo, silenzioso e introverso, Walter non si lascia mai andare a confidenze con i colleghi e non parla mai della sua vita privata. Nasconde però un segreto: un figlio perduto, oramai da diversi anni, divenuto praticamente un ricordo che lo tormenta nelle sue lunghe giornate di lavoro. Nel mezzo lo spettro di una criminalità con radici arabe, un boss corrotto (Roland Grone, il suo datore di lavoro) e il passato di Walter, che pensava essere sparito del tutto ma che torna, più ingombrante che mai e che rischia di metterlo in pericolo.

Nawrath ha confezionato un’opera in grado di emozionare lo spettatore, presentandoci e facendoci vivere situazioni decisamente al limite. Del gruppo di traslocatori (mover, appunto), entriamo in contatto solo con un paio di essi ma bastano per muovere una storia amara, che diventerà poi vendetta e successivamente d’amore. Walter è un personaggio non solo scritto benissimo, ma che è in grado di farci tornare in mente quelle figure dei padri solitari, magari divorziati e diventati un po’ orsi, nel vero senso della parola.

Atlas non inventa nulla, né ridefinisce il genere dei film drammatici. Atlas racconta una storia, decisamente verosimile, che miscela sapientemente violenza carnale a sentimenti veri, colpi di scena e sentimentalismo, senza mai cadere nel banale e in cliché che lo avrebbero snaturato. David Nawrath confeziona 100 minuti in grado di tenerci attaccati allo schermo e lo fa sapientemente, senza lasciare nulla al caso. Ancora una volta, l’industria cinematografica tedesca ci consegna un film davvero godibile, davvero per tutti, senza la minima sbavatura.

Alessandro Adinolfi